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Colore, stile, passione. This is Makhai

Siamo pronti per questa avventura che parte da lontano, dalla passione per uno stile, una filosofia, un modo di essere che ci accompagna e speriamo possa accompagnare anche voi tramite le nostre idee. Prima di svelarvi cos’è Makhai dovete sapere che le Makhai, nell’antica Grecia, erano gli spiriti della battaglia e del combattimento, figlie di Eris. Abbiamo scelto questo nome perchè rappresenta, in parte, il nostro progetto; sportivamente parlando scendere in campo può essere assimilato alla discesa in battaglia, una “guerra” sportiva nella quale vogliamo distinguerci, portando il colore, lo stile e la passione con i quali contiamo di fare la differenza.

Altro concetto fondamentale per capire Makhai è quello di “street” che va oltre alla mera traduzione letterale ed incarna un modo di essere, di porsi e di presentarsi agli altri del tutto particolare. Se lo streetwear è uno stile di abbigliamento di riferimento, nato in California negli anni ’70 come ulteriore estensione di un concetto più ampio di “moda”, già affermato dal punk e dalle subculture giovanili di quell’epoca, per noi essere “street” significa vestire e quelle occasioni nelle quali il colpo d’occhio fa la differenza. Vuol dire dare il giusto abito ad un modo di essere e di sentirsi un po’ pazzo, scanzonato ed eversivo che la cultura dei playground e delle strade esalta.

Ecco perchè Makhai sarà colore, stile e passione; saranno accostamenti folli e figure iconiche, pattern mozzafiato e texture eletrizzanti, tutte unite da un punto di forza che non verrà mai meno. Il nostro logo. Le prime fiammate di colore sono pronte ad invadere i vostri schermi e, speriamo, i vostri armadi. Siete pronti ad unirvi a Makhai?

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It’s time to start, from Rucker Park

L’Holcombe Rucker Park

In questo viaggio che conta di accompagnarvi, almeno un po’, lungo le strade che hanno plasmato lo stile “street” ed i simboli che ne sono diventati punti cardinali, non si può che salpare in direzione United States of America, e più precisamente, New York City. Spesso si dice che New York sia al tempo stesso la città più americana e meno americana degli Stati Uniti, un mondo a sé che, però, racchiude le contraddizioni e le esagerazioni dello Stato a stelle e strisce. Le storie che si innestano tra Harlem, Bronx, Manhattan, Soho e tutti i quartieri della City, sono infinite ma la capitale di questo nostro itinerario non può non essere fissata tra la 155th e Frederick Douglas Bvd, lì dove sorge “The Mecca”, ovvero l’Holcombe Rucker Park. Stando a quanto si legge in “The city game”, antologia magistrale di Pete Axthelm, la storia inizia nel 1946, quando l’insegnante Holcombe Rucker, nativo di Harlem e reduce della seconda guerra mondiale, decide di fondare il torneo con lo scopo di tenere i ragazzi lontani dalla strada. Per dare dignità al gioco vengono affisse pubblicità e vengono impiegati arbitri di gioco, il torneo si svolge su diversi playground di Harlem ma la consacrazione definitiva avviene dopo il 1954, quando viene aperto ai giocatori di college e dell’Nba e si trasferisce definitivamente tra la 155th e Frederick Douglas Bvd. La crescita, inimmaginabile, è esponenziale, e la rivalità ed il dualismo tra i campioni Nba che passano da “The Mecca” e le leggende di Rucker Park scrivono storie incredibili, autentici miti di un posto fuori dal mondo ed al centro del mondo al tempo stesso.

Uno dei primi campioni Nba a capire che fare un giro a Rucker Park non equivaleva a fare una passeggiata al parco è stato Wilt Chamberlain, mister 100 punti, che negli anni ’60 veniva ripetutamente sfdato da Jackie “Jumpin” Jackson, una guardia sotto i due metri che toccava la parte superiore del tabellone ed inchiodava al legno (to make a pin) ogni appoggio di Chamberlain. Il fatto che non ci siano filmati di queste imprese avvolge di un’aura mistica i racconti, un po’ come gli avvistamenti a Loch Ness o le storie sul Bigfoot. Ma è chiaro non si possa parlare di Rucker Park tralasciando la figura leggendaria di Earl “The Goat” Manigault, verosimilmente il miglior giocatore di playground della storia del gioco, reso immortale anche dal fatto di non essere mai sceso su un rettangolo da gioco Nba e del College Basketball. La storia di Manigault è la classica leggenda tramandata oralmente e della quale non ci sono testimonianze video alle quali votarsi; credere è un atto di fede. Ma se uno dei testimoni oculari, o, suo malgrado, uno dei malcapitati a Rucker è nientemeno che Lew Alcindor, al secolo Kareem Abdul Jabaar, allora un fondo di verità ci dev’essere. Dalle passeggiate con i pesi alle caviglie, ai dollari che rimediava ogni giorno andando a togliere le monetine dalla parte alta del tabellone sino alle gesta che ne hanno fatto “The Goat”, ovvero la storica “double dunk” (una schiacciata ripetuta riprendendo la palla appena finita nel canestro e schiacciandola di nuova in un’unica azione), o il volo ascensionale con perno sulla nuca dell’avversario ad East Harlem.

Earl “The Goat” Manigault

Peccato che, come spesso avviene, peraltro elemento fondamentale per scolpire nella leggenda il personaggio, Manigault non riesca mai a mettere il proprio talento e la propria fisicità nei binari del gioco e della rettitudine. Espulso dalla High School (prima della finale statale proprio contro Alcindor/Kareem) per uso di sostanze stupefacenti, riuscirà a rimediare una possibilità alla Jhonson C. Smith University ma le idee di coach McCollough divergono totalmente da quelle di Manigault; carriera universitaria e possibile approdo Nba restano chimere. Il resto è cocaina, galera, qualche periodo di stabilità (crea anche un proprio Rucker dove far giocare, o meglio, umiliare, i ragazzi) prima che il 15 maggio 1998, insieme a Frank Sinatra, il cuore di The Goat (in attesa di un trapianto che mai si sarebbe concretizzato per un ex tossicodipendente) cessi di battere.

“Lei ha affrontato grandissimi campioni,Baylor, West, Magic, DR.J, ora una domanda: chi le faceva venire i brividi sulla schiena quando scendeva in campo? Il piu grande di tutti i tempi…”

“Se posso dirle soltanto uno, le dico GOAT”

(Kareem Abdul Jabaar)